il fatto dell’amore

il fatto dell’amore

l’amore ormai, come la nostra società, sta diventando standard, pieno di aspettative, ruoli, molto spesso competizione, oltre che anonimo. ci aspettiamo sempre gli stessi argomenti, le stesse azioni, le stesse abitudini, e ci finiamo per innamorare di una persona che non c’entra nulla con chi abbiamo davanti veramente, o la amiamo nel modo che secondo noi è giusto, ma in realtà è totalmente sbagliato.

è proprio il caso di Gengè e la moglie, in “Uno, Nessuno e Centomila”, libro incredibile di Pirandello ma che ho sottovalutato al liceo, purtroppo. il momento che forse conoscerete maggiormente è proprio l’inizio, quando la moglie del protagonista rende consapevole il marito del suo naso storto e delle sue sopracciglia ad accento circonflesso. in particolare però, il punto che volevo riprendere, riguarda il momento in cui il nostro Moscarda comprende il relativismo universale: tutti vediamo in modo diverso sia noi stessi, come uno, che gli altri, tutti pensano che siamo altro da quello che noi reputiamo di noi stessi, tutti crediamo di essere uno, in realtà siamo altro al di fuori di noi stessi. nello stesso momento che matura questa idea, si rende conto che la moglie sia innamorata dell’idea che ha di lui, di Gengè, e che continui ad amare quella parte di lui, senza tutte le sue sfaccettature che lui crede di avere… alla fine, la moglie stessa decide di non poterlo più amare, appena si accorge che quel “Vuoi che non sappia come piaccio meglio al mio Gengè?”, effettivamente sia vero.

fa paura il cambiamento, è più facile andare via piuttosto che voler capire che le cose sono cambiate o addirittura, si vuole credere in una realtà accettabile piuttosto che ad una realtà volubile e non certa. la certezza infatti era Gengè, con tutte le attitudini e le aspettative che appartengono a quel determinato ruolo, come appunto quello del marito innamorato della moglie che preferisce una pettinatura all’altra. se Gengè decidesse di voler essere altro, tutto il mondo che lui sorreggeva cade, cede, si smaterializza intorno a lui e così anche chi gli sta intorno decide di scappare per paura di quel “dubbio” di cui parlava Shutz. siamo fermi in una realtà immobile per una nostra idealizzazione, la realtà infatti non può andare di pari passo con le idee cristallizzate. ci narcotizziamo con le nostre stesse credenze e preferiamo vivere fatti in serie come Dida, la moglie dello standardizzato Gengè.

il tema chiave è proprio questo: l’anonimato. voler rientrare in un ruolo è il nostro scopo e vivere senza ruolo ci manda in confusione. un ruolo nella modernità è tutto. tutto si basa su di esso. pensiamo al nostro ruolo da quando siamo piccoli, ci dicono “così va bene, così no” inculcandoci comportamenti e modelli, che ahimè, sono essenziali. essi servono per vivere in una società, per avere quell’ “alleggerimento psicologico” quando prendiamo delle decisioni ordinarie, o semplicemente per capire chi abbiamo davanti o comprendere più velocemente come dobbiamo porci. pensate ai saluti o ai convenevoli: è una forma standard, ormai abitudine, senza uno scopo di granché tipo.

l’amore ormai anche è diventato così. ci aspettiamo l’innamoramento dei film, la passione, lo stare bene e basta. nessuno ci insegna come rimanere, come comprendere tutte le varie contraddizioni, litigi, o semplicemente nessuno ci insegna ad avere empatia e coltivare la relazione (qui molti direbbero “la scuola deve insegnare queste cose” in realtà io credo che la famiglia dovrebbe farlo, ma è un tema complesso e magari approfondirò il tema più in là). il nostro punto di riferimento è la storia d’amore di “Notting Hill” o “LaLaLand”, narrazioni che hanno solo il patos delle storie d’amore e dalle quali impariamo che amore deve essere patos, è passionale e travolgente e basta. non possiamo concepire la noia, l’abitudine, la disattenzione, il dare per scontato. è standard, bisogna assecondare i ruoli, le aspettative devono rimanere quelle. se no caos, non si sa cosa possa succedere, si scappa come la moglie di Gengè.

la cosa migliore sono i pensieri accanto agli appunti da studiare 😛

su questo tema delle costruzioni si sono mossi anche vari studiosi del già nominato Shutz, come Berger e Luckmann nella ricerca “La realtà come costruzione sociale”. i due autori studiano come l’uomo è riuscito, in tutta la sua esistenza, a far perdere le origini di vari comportamenti ricorrenti, accettati e stabilizzati di oggi. indagano cioè il motivo dell’interazione e come si è formato il “fatto” sociale. in origine, secondo questi autori, c’era un uomo indefinito, che aveva come bisogno principale quello di sopravvivere fisicamente nella natura. compie una serie di prove basate sull’esperienza, fino a trovare il modo più efficacie di procurarsi del cibo e di difendersi dalle forze esterne. appena trova un modo efficace per mangiare e difendersi, questo diventa “tipo”. nasce così la prima abitudine automatica che concerne il rapporto tra uomo e natura. ma tra uomini?

ad un certo punto, nello stesso ambiente del nostro primo individuo, ne arriva un secondo e il loro problema diventa il comunicare, non più proteggersi o governare la natura. con lo stesso metodo delle prove e dell’esperimento delle varie possibilità, i nostri due protagonisti, riescono a riconoscersi a vicenda, ad interagire e, insieme, a definire da una parte un ruolo reciprocamente accettato e dall’altra un’aspettativa di comportamento che riguarda il ruolo appena riconosciuto. a questo punto è fatta: sono riusciti a formare il primo scambio funzionale e a garantire la loro sopravvivenza e convivenza! tant’è vero che se arrivasse un altro personaggio, quest’ultimo non dovrebbe ricominciare da capo con l’esperimento, le prove e trovarne una efficace, ma dovrebbe riconoscere chi ha davanti e adattarsi a quei ruoli e quei comportamenti come se fossero “fatti reali”. è troppo vera questa soluzione e secondo me si applica anche al nostro caso del “fatto dell’amore”.

infatti se quei ruoli e quel comportamento sono ormai “fatti” accettati da tutti e creduti giusti perché la prova iniziale è stata efficace, anche l’amore diventa un fatto che ha subordinato ruoli e comportamenti omologati e standard. un po’ come quando a scuola la professoressa di fisica ci dava la definizione della legge della gravitazione universale dicendo “maggiore è la massa, maggiore è l’attrazione” e noi semplicemente la davamo per quello che è. noi oggi applichiamo la teoria dell’amore per come è sempre stato, per tradizione monogama, composta da una coppia, con lo scopo di formare una famiglia.

ammiratori>>>

ma appena ci accorgiamo che amiamo i nostri amici, amiamo il nostro gatto, non vogliamo relazioni serie, ci accorgiamo che amiamo più persone contemporaneamente, o continuiamo ad amare ciecamente quella o quelle persone ci fanno del male, stiamo male! viviamo nel caos! ci sembriamo matti! cerchiamo di risponderci alle domande: perché non è facile come viene descritto da sempre? perché non si può applicare la stessa soluzione standard ed efficace da persona a persona? siamo abituati a questo e amare diventa difficile. il fatto è che non ci rendiamo conto che le definizioni tradizionali e culturali sono parte di noi, nè possiamo fare in modo tale da uscire fuori dagli schemi e amare come vogliamo perché neanche noi sappiamo come fare.

la realtà in cui viviamo ha delle regole scritte ovviamente, racchiuse nei codici, ma esse sono l’origine di quell’anonimato e quel processo di standardizzazione che è tipico di oggi. tutte quelle che regolano i rapporti intimi e informali, non esistono e sono indefinibili, ecco perché seguiamo dei modelli astratti di qualsiasi matrice (dai genitori ai film) e tendiamo a omologarci ad essi, senza sapere se sono giusti per tutti o giusti per noi. sono socialmente accettati e quindi va bene così. d’altra parte anche la gravità è socialmente accettata per la sua definizione, ma poi da pianeta in pianeta la sentiremmo in modo diverso, non è sempre come la si intende. così l’amore.

quindi non spaventatevi se pensate che il vostro modo di amare sia sbagliato o altro. non c’è bisogno di ribadire quando sia importante la comunicazione, il confronto per adattarsi e capire se c’è qualcosa che va contro il senso comune, in modo tale da crescere insieme e rimanere, che è la chiave. non cercate il vostro “fatto”, che qui intenderei anche come equilibrio interiore, è bello prenderla come viene e amare liberamente, come la terra ci tiene aggrappati a sé con la gravità.


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